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Una strada per Benedetto

Amare la civiltà democratica e amare le città sono la stessa cosa.
Ieri la città che Benedetto così tanto amava, e che amava così tanto Benedetto, gli ha fatto il dono più bello. Gli ha intitolato una strada. È stata una cerimonia molto bella, ufficiale ma sentita, molto forte per tutti sul piani emotivo, assai lontana dall’aura pomposa e distante che aleggia talvolta attorno a questi eventi. Un invisibile e assai capace “regista” ci doveva aiutare, dall’alto, in qualche modo. Ritrovarsi in tanti, tra amici, nel ricordo di un amico comune è sempre molto bello, e lo è quanto conoscerne di nuovi. Ma ieri, per quello che Benedetto ha rappresentato, per come abbiamo sempre pensato a lui e soprattutto per quello che accadeva nelle strade di Parigi tutto mi è apparso assai più di un atto dovuto o di una manifestazione da inserire nel novero delle ritualità commemorative con le quali una città tiene vivo il ricordo di un suo caro figlio. Ieri chissà in che modo Benedetto mi ha fatto capire che è anche attraverso questi piccoli atti che è possibile reagire contro chi vuole trasformare lo spazio pubblico urbano da luogo di storia, di progetto e di condivisione in un luogo di solitudine e di paura. Il ricordo di chi abbiamo amato può fare molto. Ricordare insieme significa costruire una memoria condivisa su valori autentici e su basi salde. Premessa e condizione ineludibile per ricostruire quella identità senza la quale non c’è insediamento che possa dirsi comunità, non c’è progetto e non c’è futuro. La città gli ha dato una via – anzi: un viale e sappiamo bene quanta importanza avrebbe attribuito a questa precisazione non solo semantica. Ieri tutto mi è sembrato un piccolo ma importante e bellissimo atto di resistenza civile. Benedetto ci ha dato l’occasione, ancora una volta, per riflettere e orientare il nostro agire quotidiano dietro le formalità e le vuote ritualità, dandogli una direzione e un senso.

Il primo compito dei maestri, del resto.

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